PASSATO O FUTURO: COME GUARIRE SENZA RESTARE INTRAPPOLATI

La mia sofferenza nasce molti anni fa.
È come se un vaso, il mio vaso, fosse caduto e si fosse frantumato in mille pezzi.

Ci ho messo anni per capire che da sola non sarei riuscita a ricomporlo.
Non sarebbe mai tornato come prima, ma poteva essere aggiustato.
Con la delicatezza del kintsugi, la tecnica giapponese che valorizza le crepe, trasformando la rottura in qualcosa di unico.

Ci ho messo anni per elaborare tutto. Ci sono riuscita.
Ho imparato a ricostruire, a sopportare le crepe e le cicatrici.

Ma alcune situazioni mi riportano lì.
La ferita si riapre. Sanguina. Si rimargina più in fretta, ma la pelle resta sottile.
Ogni sofferenza vissuta torna viva, presente.
E io mi ritrovo a riviverla.

Mi fermo.
Mi pongo domande.
Soffro.

Mi rendo conto di quanto sono fragile.
E mi arrabbio con me stessa. Perché questa fragilità mi immobilizza.

Vivo nel passato. Intrappolata nella sofferenza.
Aspetto… ma cosa? Non lo so.
So che sbaglio. Ma non so come fermarmi.

Forse ho paura.
Paura che, girando pagina, io possa dimenticare.
Paura che possa sembrare che non mi importi.

E così resto sospesa.
Tra il desiderio di capire e quello di andare avanti.
Tra il bisogno di scavare nel passato e la voglia di costruire un futuro.

Non so ancora quale strada sia quella giusta.
Forse non c’è una risposta definitiva.
Solo un cammino da percorrere.

Ogni cicatrice, ogni crepa, racconta una storia.
E io sto imparando che anche nel dolore c’è qualcosa da trasformare in forza.

Forse guarire è proprio questo:
trovare un equilibrio tra ciò che siamo state e ciò che vogliamo diventare.

Senza fretta. Senza giudizio.

 
Con affetto
 
Carlotta